La mia visione
Creatività, tecnica e precisione

Sono Danko Cimbri. Vyntor Switzerland è il mio modo di dare forma alle idee.
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Qui sotto racconto il mio percorso e il modo in cui do forma alle idee.
Origine personale
La mia passione per la fotografia e il video nasce molto prima di diventare una scelta consapevole o professionale. È qualcosa che mi accompagna da sempre, fin da quando ero bambino, come un modo naturale di osservare il mondo e di raccontarlo attraverso le immagini. Sono sempre stato una persona creativa, non nel senso astratto del termine, ma nel bisogno costante di dare forma a ciò che vedevo e sentivo.
Questa attitudine ha radici anche familiari. Mia madre ha sempre avuto una forte vena artistica e ha realizzato negli anni quadri di grande sensibilità visiva, trasmettendomi un’attenzione particolare per la composizione, i colori e l’equilibrio dell’immagine. Mio padre, invece, lavora nella polizia scientifica e si occupa anche di fotografia tecnica legata alle scene del crimine, un approccio completamente diverso all’immagine, più analitico, documentativo e rigoroso.
Da questi due mondi così distanti ho assorbito elementi complementari: da un lato la sensibilità artistica, dall’altro il rispetto per il metodo, la precisione e il significato dell’immagine come strumento di racconto e testimonianza. Pur non avendo lo stesso distacco emotivo necessario per fotografare situazioni estreme, ho sempre sentito molto chiaramente quale fosse il mio ambito: la natura, gli animali, il cinema e tutto ciò che racconta storie vive, umane, costruite con persone reali e attori, possibilmente vivi.
Questo è il punto di partenza del mio sguardo, ancora prima di qualsiasi progetto, tecnologia o struttura.
Il mio sguardo
Il mio sguardo nasce prima di qualsiasi strumento e prima di qualsiasi progetto. Non è guidato dalla ricerca dello shock, dall’eccesso o dal sensazionalismo, ma dal bisogno di osservare e comprendere ciò che ho davanti. Per me l’immagine è un atto di scelta, non una reazione impulsiva: significa decidere cosa raccontare e, soprattutto, cosa lasciare fuori. Guardo il mondo con rispetto per ciò che è vivo, per i contesti in cui mi muovo e per le storie che incontro, senza forzare situazioni o invadere spazi che non mi appartengono. Non tutto ciò che è fotografabile o filmabile rientra nel mio modo di vedere, e questo confine è una parte fondamentale del mio approccio. È proprio questa selettività che dà coerenza al mio lavoro e che guida ogni progetto che affronto, indipendentemente dal mezzo utilizzato. Il mio sguardo non cerca di impressionare, ma di restituire senso, equilibrio e presenza, lasciando che l’immagine nasca da un’intenzione chiara e consapevole.
Estendere lo sguardo
Con il tempo ho capito che il mio modo di osservare non si ferma all’immagine. La progettazione fa parte dello stesso processo: pensare, costruire, adattare, trovare soluzioni quando ciò che esiste non basta. È un approccio che applico tanto nel lavoro quanto nella vita quotidiana, perché mi permette di trasformare un’idea astratta in qualcosa di concreto, funzionale, reale. Questo modo di ragionare mi accompagna anche quando viaggio, quando mi sposto, quando il percorso diventa parte dell’esperienza stessa e non solo un mezzo per arrivare da qualche parte.
Viaggiare per me significa entrare in un ritmo diverso, fatto di spazi, tempi dilatati e osservazione continua. È da lì che nasce anche il bisogno di avere una musica mia, una musica che non imponga attenzione ma che accompagni, che non interrompa il pensiero ma lo sostenga. Una musica che accendi all’inizio del viaggio e poi quasi dimentichi, perché smette di essere qualcosa di esterno e diventa parte del percorso, del paesaggio, del movimento. Non è sottofondo, non è protagonista: è presenza silenziosa, come una strada che scorre sotto le ruote o un orizzonte che cambia lentamente.
Questo stesso principio lega tutto ciò che faccio. Che si tratti di immagini, oggetti, spazi o suoni, il mio obiettivo non è aggiungere rumore, ma creare continuità. Costruire elementi che si integrano nel contesto e lo arricchiscono senza sovrastarlo. È così che visione, progettazione e musica finiscono per parlare la stessa lingua, diventando parte di un unico percorso personale in costante movimento.
Cosa mi piace raccontare
La fotografia è il primo linguaggio con cui ho imparato a tradurre il mio sguardo in qualcosa di concreto. È il mezzo con cui sono partito e che continuo a usare come forma di osservazione attiva, senza mai considerarlo statico o definitivo. Mi piace fotografare la natura, dai fiori alle piante, dalla macroflora ai dettagli che richiedono tempo e attenzione, così come gli animali, che impongono rispetto, pazienza e capacità di adattamento. Sono attratto dai veicoli in tutte le loro forme, che si muovano in aria, su terra o sull’acqua, perché raccontano progettazione, funzione e movimento. Mi affascinano il cibo, i paesaggi e lo still life, soprattutto quando posso sperimentare liberamente, costruendo immagini che nascono da un’idea e non da uno schema predefinito. Mi capita di inseguire eventi naturali estremi, come temporali, fulmini, pioggia, neve o fenomeni atmosferici particolari, perché lì l’attesa, il tempismo e l’osservazione contano quanto lo scatto stesso. Accanto a questo, mi diletto anche in eventi semplici e informali, dove l’obiettivo è raccontare un momento senza forzarlo. Ci sono però ambiti che non fanno parte del mio percorso: non ho mai sentito il richiamo dei matrimoni tradizionali, per quanto in passato rappresentassero un settore economicamente interessante. In un contesto in cui l’immagine è diventata immediata e sovrabbondante, preferisco concentrarmi su ciò che mi rappresenta davvero, scegliendo consapevolmente cosa raccontare e cosa no.
Dall’immagine al movimento
A un certo punto la fotografia, pur rimanendo centrale, ha iniziato a starmi stretta. Non perché avesse esaurito il suo significato, ma perché sentivo il bisogno di lavorare con il movimento, con lo spazio e con il tempo in modo più diretto. Il passaggio al video e al cinema non è stato un cambio di direzione, ma una naturale estensione dello stesso sguardo, applicato a una dimensione più ampia. In questo percorso il drone è diventato uno strumento fondamentale, non come fine in sé, ma come mezzo per controllare prospettive, distanze e traiettorie che da terra sarebbero state impossibili. Volare non significa semplicemente alzarsi in aria, ma leggere l’ambiente, prevedere ciò che accadrà e coordinare ogni movimento con precisione. Lavorare su progetti cinematografici e situazioni complesse mi ha confermato quanto il metodo sia essenziale quando l’errore non è un’opzione. Il movimento richiede pianificazione, responsabilità e consapevolezza, esattamente come l’immagine statica, ma con una variabile in più: il tempo. È in questo equilibrio tra visione e controllo che ho trovato una continuità naturale tra fotografia, droni e cinema, senza mai percepirli come ambiti separati.
Oltre l’immagine
Con il tempo ho capito che, per lavorare davvero come volevo, non mi bastava utilizzare gli strumenti esistenti. La progettazione è entrata in modo naturale nel mio processo creativo, non come competenza separata, ma come estensione del mio modo di ragionare. Quando qualcosa non esiste o non funziona come dovrebbe, preferisco pensarlo, disegnarlo e costruirlo. Questo vale sia nei progetti professionali sia nella vita quotidiana, dove la necessità di adattare spazi, soluzioni e strumenti diventa parte integrante dell’esperienza. È così che nascono accessori su misura, supporti progettati appositamente, componenti stampati in 3D e soluzioni pensate per ottenere immagini o punti di vista che altrimenti non sarebbero possibili. Anche il van diventa un laboratorio mobile, uno spazio da organizzare, modificare e migliorare nel tempo, dove progettazione e creatività si incontrano in modo concreto. In questo contesto l’immagine non è mai il punto di partenza, ma il risultato finale di un processo che passa dall’osservazione, dalla progettazione e dalla costruzione. Andare oltre l’immagine significa proprio questo: non adattarsi ai limiti degli strumenti, ma creare le condizioni giuste perché l’idea possa prendere forma.
Vyntor come contenitore
Vyntor Switzerland nasce come risposta all’esigenza di tenere insieme percorsi diversi senza frammentarli. Non è un marchio pensato per definire un’unica attività, né un’identità separata dalla mia persona, ma un contenitore progettuale che mi permette di dare struttura alle idee e ai progetti che sviluppo nel tempo. Vyntor raccoglie ciò che ha una radice comune nel mio modo di pensare e lavorare, lasciando che ambiti differenti possano convivere senza forzature. È uno spazio in cui fotografia, video, cinema, progettazione, musica e viaggio trovano un ordine, non perché debbano essere incasellati, ma perché possano evolvere in modo coerente. Le persone possono arrivare a Vyntor partendo da un progetto specifico, ma il centro resta sempre uno solo: la visione personale di Danko Cimbri. In questo senso Vyntor non sostituisce la mia identità, la rende leggibile, permettendo ai percorsi di crescere senza perdere coerenza.
Presente e direzione
Oggi continuo a muovermi tra ambiti diversi mantenendo lo stesso approccio che mi accompagna da sempre. Non lavoro per accumulo di progetti, ma per coerenza di percorso, lasciando che ogni esperienza contribuisca a rafforzare il mio modo di osservare, progettare e realizzare. Che si tratti di immagini, movimento, oggetti, suono o spazio, il punto di partenza resta sempre lo stesso: comprendere il contesto, leggere ciò che ho davanti e costruire una risposta che abbia senso nel tempo. Non inseguo una direzione rigida né un’etichetta precisa, perché credo che la crescita passi dalla capacità di adattarsi senza perdere identità. Vyntor Switzerland rappresenta il luogo in cui questo percorso prende forma, ma il centro resta la persona, con la propria visione e il proprio metodo. Guardare avanti, per me, significa continuare a imparare, sperimentare e muovermi, lasciando che ogni progetto sia una tappa e non una destinazione finale.
